Don Bussu e il suo "Un prete e i terroristi"

 

 

 

 

 

 

 

 

Oltre l’orizzonte dei luoghi comuni

 

Sono circa le 21 ed ho appena terminato di leggere il suo "Un prete e i terroristi".

Ho sentito, istintivo e forte, il bisogno di telefonarle per comunicarle, nel più breve tempo possibile , la sensazione che ho provato – e provo ancora – a lettura finita .

I suoi impegni devono averla portata chissà dove, visto che, nonostante i ripetuti tentativi, nessuno, dall’altro capo del telefono , risponde.

Decido, perciò , di scriverle, nella speranza di riuscire a trasmettere per iscritto la lubrificante sensazione che ancora adesso, mentre scrivo, mi turba piacevolmente.

A lettura finita …ho accarezzato il libro quasi fosse una creatura, nel tentativo-speranza , diventato all’improvviso tutt’ altro che utopistico,– di toccare l’umanità che lo caratterizza e che dalle pagine trabocca.

Tutto ciò può apparire retorico solo a chi non sa che , da tempo, ci unisce una profonda e fraterna amicizia , nata prima che lei diventasse cappellano delle carceri, ma che proprio dall’83 in poi, in occasione del "caso di Badu ’e carros" si rafforzò, si irrobustì,si colorò soprattutto di stima e riconoscenza.

Ricordo ogni momento della sua lotta, del suo travaglio interiore: capii allora, nell’osservare il suo cammino in salita , la fatica dell’essere soli in un mare di indici accusatori; di dita puntate contro di lei ,che osava porsi dalla parte dei perdenti.

Fu davvero una posizione antipopolare la sua!

In un mondo fatto di recinti, di orizzonti limitati, lei pretendeva di ricordare agli altri che era possibile guardare al di là dell’errore, della scelta sbagliata, del sangue e del dolore.

Ricordo , in particolare, la sua sofferenza fisica e morale perché, proprio in quel periodo, scrissi per lei due poesie: era il mio modo di starle accanto, di sorreggerla in quei momenti di grande fatica, il mio farle capire che stavo con lei nella "fossa dei leoni" e che , a dispetto della mia miopia , vedevo anch’io oltre l’orizzonte dei luoghi comuni.

Con lei e come lei, oltre la mano armata, oltre il lutto, oltre il pianto e la sofferenza degli orfani e delle vedove (tutte cose che laceravano – e lacerano – l’anima), vedevo anche l’uomo che sceglieva di morire perché non era disposto a "lasciar incatenare la propria dignità", che rifiutava di essere"un sepolto vivo".

Prima ancora che accadesse tutto ciò, quando cioè nelle carceri nessun brigatista faceva sentire la sua voce con lo sciopero della fame, Mario Rossi che , come lei sa, non è né pentito, né dissociato, mi scriveva : "…poiché non possiamo tenere un giornale per più di due giorni, nemmeno "L’Ortobene", ritaglio le tue poesie e le nascondo…".

Possibile?!, mi chiedevo allora, incredula.

Non basta il pensiero spaventoso di una vita in carcere, al di fuori del mondo, staccato dagli affetti, dalle cose di ogni giorno, per punire chi ha sbagliato?

Qual è – mi chiedevo – la funzione del carcere?

Quello di recuperare o di distruggere?

Ho sempre pensato – ed oggi ne sono più che mai convinta - che compito della detenzione non è quello di rendere buono chi non lo è, ma quello di rendere possibile un recupero. Dovrebbe essere come "rimandare a settembre" per dieci, per cento, mille volte chi non ha studiato o rispettato determinate regole, ma senza bacchettate sulle mani, ceci sotto le ginocchia e mortificanti orecchie d’asino che continuano a distruggere l’animo anche quando, ad esame superato, le bacchettare, i ceci, le orecchie d’asino non ci sonno più.

Oggi io la ringrazio non soltanto per la sua lotta, ma anche per il suo libro, che è e rimane una testimonianza, un esempio di vita, un’esperienza intimamente vissuta.

La ringrazio perché lei, salvando la vita dei vari Franceschini, ha salvato anche la mia – e non solo la mia!- da un possibile inquinamento: dalla piaga purulenta dell’indifferenza.

Adesso che il suo libro ha visto la luce, pur non essendone io la "madre", mi sorprendo ad osservarlo con la stessa incredula gioia di chi partorisce il primo figlio e non immaginava che la creatura tanto desiderata nascesse così sana e bella.

Nemmeno un neo? Come è possibile?- mi chiedevo soltanto poco fa, a lettura quasi terminata.

E’ possibile che don Bussu non si scopra un po’, non appesantisca la lettura facendo emergere la sua figura di sacerdote? Non cerchi ,insomma, di tirare acqua al suo mulino? Confesso che prevedevo una conclusione del tipo "tutto ciò è stato possibile perché sono un uomo di chiesa".

Invece ad emergere, a lettura finita , è solo ed esclusivamente l’Uomo.

Il suo libro è anche e soprattutto la storia di un incontro.

Col suo scegliere di morire un po’ ogni giorno, Franceschini non chiedeva la libertà, non pretendeva che venisse dimenticato il suo passato, ma cercava di impedire che l’assurdità di determinati regolamenti carcerari, facesse , prima o poi, "crollare le barriere che separano l’uomo dalla bestia".

E la sua richiesta, in un deserto di orecchie piene zeppe di cerume, venne da lei ascoltata e, senza nessun tentennamento, tese la mano a chi stava per annegare , fino a rischiare di rompersi la schiena nello sforzo, e senza chiedere nulla in cambio.

E fu la sincerità del suo gesto che colpì profondamente determinati brigatisti e fece sì che Franceschini "sollevasse lo sguardo" al suo passaggio.

Grazie per non aver abbandonato Barabba , per non averlo scaraventato nel buio della miniera.

La saluto cordialmente.

Rosalba Satta Ceriale

 

P.S. Ancora calda di emozione , ripenso ad alcuni versi del grande poeta Tagore. Si commentano da soli.

 

Credevo che il mio viaggio

fosse giunto alla fine,

all’estremo delle mie forze,

che la vita davanti a me fosse sbarrata

che le provviste fossero finite

e fosse giunta l’ora di ritrovarmi

nel silenzio e nell’oscurità.

Ma ho scoperto che la tua volontà

non conosce fine per me.

E quando le vecchie parole sono morte

nuove melodie sgorgano dal cuore

Dove i vecchi sentieri son perduti

appare un nuovo paese meraviglioso.

(da "L’Ortobene")