Storia di un incontro

 

 

 

 

Nella mia vita alcuni incontri, davvero importanti, sono avvenuti tramite “L’Ortobene”.

Don Salvatore Bussu - direttore responsabile per tanti anni del settimanale

diocesano -  ospitava volentieri i miei versi e i miei articoli perché  desiderava che altri li leggessero .

Il poter comunicare con il lettore sconosciuto, attraverso le pagine di un giornale che arrivava - e arriva - ovunque , ha fatto sì che ricevessi varie lettere e telefonate di apprezzamento  da persone che, altrimenti, mai avrebbero attraversato la mia vita. Ricordo con particolare emozione le cartoline e le lettere del brigatista Mario Rossi detenuto , anni addietro, nel braccio speciale di “Badu e carros” che, fra le altre cose , mi confessava che non potendo tenere per più di tre giorni “L’Ortobene” , ritagliava le mie poesie e le nascondeva per poterle rileggere.

Da allora son trascorsi  oltre vent’anni  ma sempre , nonostante l’alternanza di vari direttori, ho continuato a scrivere e mandare le mie poesie e i miei articoli nella speranza che continuassero ad aver  spazio… perché trovo molto stimolante e gratificante la comunicazione con il lettore sconosciuto che, sempre più spesso,entra a far parte della mia vita ,colorandola.

E’ ciò che è accaduto anche quando , parecchi anni addietro, il poeta Gaspare Mele

- da sempre ammiratore della poesia di mio padre -, dopo aver letto alcuni miei versi, mi scrisse . Non ci siamo più persi di vista, pur non essendoci mai incontrati fisicamente. A incontrarsi erano - e sono - le nostre parole e i nostri versi.

I suoi, belli e teneri , mi sono sempre giunti come una carezza e un abbraccio

sincero . Ho avuto così occasione di leggere altri suoi scritti nati, tutti, da un animo

- robusto e tenero- aperto alla vita .

Oggi Gaspare Mele ha 98 anni. E continua a scrivere , con la passione di sempre…

Grazie ad Internet  ho potuto ricevere anche alcune sue foto, dando così forma a dei lineamenti solo immaginati fino all’altro ieri. Ho pensato di intervistarlo perché consapevole del fatto che tutto ciò che “verrà fuori”  sarà un pezzo di storia della Sardegna . Un pezzo importante della cultura sarda…da conservare e da rileggere ogni qualvolta si sentirà il bisogno di bere acqua, pura, di fonte.

 

 

 

 Gaspare Mele

 

 

Conversazione con Gaspare Mele

 

a cura di Rosalba Satta

 

 

 

 

Gaspare Mele e la poesia

 

 

 

Signor Gaspare, a suo parere, il “fare” poesia si eredita o si impara?

 

La poesia…si incontra.

 

A lei è certamente accaduto . Quando e come si è verificato questo incontro?

 

 

Penso di aver incontrato la poesia fin da ragazzo, ascoltando , con forte attenzione  e curiosità, i “cantadores de parcu” e gli improvvisatori de “sa gara”, durante le feste.

 

Questo interesse terminava con le feste o continuava a porre in fermento il suo pensiero anche dopo?

 

Me lo portavo appresso nella solitudine e nel silenzio della campagna. Tentavo  di ricordare e ripetere  quelle composizioni in rima.

 

E quando la memoria non l’aiutava come avrebbe voluto?

 

Allora scoprivo… che mi veniva spontaneo ricercare  e reinventare un passo o una rima.

 

 

La sensazione era forse quella di bussare e di tentare d’entrare , da protagonista, nel mondo della poesia?

 

 

Assolutamente no! Anche se mi stupivo piacevolmente quando riuscivo a mettere insieme qualche verso…. Il mio obiettivo principale era quello di riuscire ad esprimere la mia ammirazione per i grandi poeti come Cubeddu, Sassu, Tucconi ed altri. Poi era insita anche nella nostra cultura , non tanto la poesia, quella di alto livello , ma la ricerca della rima, “sa cantone”. C’era quasi un bisogno di “ricercare”, “trovare” dentro di noi – contadini o pastori – la parte gentile, nobile da far

emergere . La poesia sembrava poter permettere questo…

 

 

In quel periodo il suo interesse per la poesia degli altri si limitava all’ascolto o ha avuto occasione di leggere poesie?

 

Ricordo con piacere che mio padre mi regalava , quando poteva , alcune composizioni di “poeti erranti” : un vero sussidiario per imparare a leggere , e leggere in versi! Fu così che la poesia degli altri diventò sempre più oggetto  di vero interesse. Interesse che, ben presto, diventò passione vera e propria . Era come avere accesso, da un lato , alla bellezza e alla grandiosità della Storia (riuscii a leggere anche “La Gerusalemme liberata”) e, dall’altro, maturava in me la consapevolezza che la poesia  aveva - ed ha - un suo potere : quello di evocare e rappresentare sentimenti, passioni, stupori.

 

E nel silenzio e nella solitudine della campagna…

 

… tentavo – provando un piacere adolescenziale particolare - di riproporre o creare “rimas”, imitando i vari autori letti od ascoltati. I tempi lunghi della solitudine in campagna  divennero spazi di esercizio al rimare . Rime pensate, e  cantate anche  con gli amici , in paese, quando si decideva di dedicare una serenata a qualche bella signorina.

 

Quando iniziò a mettere su carta i suoi versi?

 

Verso i 20-22 anni, quando fui richiamato per la “permanenza” militare a Trieste. Ebbi la fortuna di avere a disposizione, nell’ufficio del Comandante - del quale ero attendente -, carta penna e calamaio . E soprattutto tanto tempo per dare spazio e sfogo alla mia grande passione. La mano imparò così ad essere veloce nel comporre dei sonetti che potevano essere offerti agli amici, ai genitori, alla donna amata.

 

 

Sonetti dedicati anche alla Sardegna?

 

Certo. Sonetti e altri componimenti (ottavias, terzinas, versos liberos) riproponevano i temi che nascevano dalla struggente nostalgia per la terra lontana. Ma anche  dalla desolazione e paura di una guerra non voluta e dalla speranza di tempi migliori.

 

 

La guerra… Pareva che, dopo i disastri della seconda guerra mondiale, l’uomo non avrebbe più fatto ricorso a questo strumento per risolvere le controversie internazionali. E invece…

A lei – che ha attraversato ben due guerre mondiali – domando : “C’è speranza per questa umanità o l’uomo sarà capace di organizzare la sua autodistruzione?”

 

La domanda è troppo complessa  per una risposta esauriente. Comunque ci provo…

E’ vero: avendo 98 anni ho attraversato due guerre mondiali. Ho vissuto a cavallo tra due secoli molto distanti tra loro . Mi sembra che nella Storia sia costante un’alternanza tra desiderio di pace e propensione alla guerra.  Così come mi sembra che , forse , l’ umanità non sia ancora matura per …meritare la pace . Forse ciò e dovuto al fatto che l’Umanità da un lato sente una forte spinta a “crescere” , e dall’altro a…regredire! Solo esercitando e migliorando la propria capacità di mediazione , l’uomo potrà correggere le grandi e pericolose differenze economiche. Ma può anche scegliere di imbarbarirsi e peggiorare…

 

Mi viene in mente l’esortazione che lei lancia ai giovani , attraverso i versi della sua bella poesia , intitolata “Appellu a sa zoventude”. Tra le altre cose, lei scrive :

“Lassade, vrades mios , su vusile,

sa cosa anzena e-i su vacher male,

s’odiu maccu e sa vendetta vile…”

per poi augurare che:

Si sviluppu de sa letteratura,

su geniu de amare e operare,

nascat’in coro a dogni creatura…”

Se non ricordo male, anche nel suo libro “Sa vida de Juanne  Battista Selenu”, lei parla dell’importanza della solidarietà.

 

Infatti. Considero i principi di solidarietà e di equità sociale un grande strumento… per evitare che le grossolane differenze tra le genti  possa condurre l’Umanità nel baratro dell’autodistruzione. L’uomo deve esprimere con maggior forza il suo potenziale migliore e deve smetterla di diffondere menzogne ( quante bugie recenti per giustificare la guerra!) e  di agire con prepotenza . Questa è una convinzione “antica”: nelle mie poesie e scritti, infatti,  ho sempre sostenuto questa convinzione che è anche una speranza .

 

“L’uomo deve esprimere il suo potenziale migliore…”. Esattamente che cosa intende dire?

 

Il rispetto umano, il principio di solidarietà - “su bonu trattare” per intenderci! – ma anche il rispetto per la natura , messi in atto, rappresentano la via che conduce alla pace . Non ho , comunque, la presunzione di voler insegnare ad altri il giusto, ma la riflessione sulla mia vita mi ha portato a credere che ciò che importa davvero - e ciò per cui vale la pena di battersi -, è la difesa del principio di “carità” cristiana e/o di solidarietà laica .

 

Ne sono convinta anch’io. Non a caso ci siamo incontrati attraverso i suoi versi e…riconosciuti. In fondo guardiamo nella stessa direzione. Ho trovato molto efficaci alcuni suoi versi tratti dalla poesia intitolata “Esempio bellos”. Tra l’altro lei scrive:

 

“Non sias surdu, né facas su furbu:

non timas  malignidade , né disturbu

a dare azudu a su bisonzosu,

ca tue puru, cras, necessitosu

podes’essere che-i cussu , si non peus…”

 

 Ma torniamo alla sua pruduzione artistica che immagino molto ricca. Quando ha iniziato a dare alle stampe i suoi pensieri e perché?

 

 

Cara Rosalba , non considerarmi più  grande di quello che sono e so di essere. Non mi sento poeta , anche se amo la poesia. La mia produzione è varia e vasta perché è da circa 80 anni che scrivo, ma mai avrei pensato di pubblicare qualcosa. Questo è accaduto per caso. I miei figli, per farmi un omaggio, fecero stampare alcune copie de “Sa vida de Juanne Battista Selenu”. Una pubblicazione “ad uso” familiare e di qualche amico. Fu nel 2002 che un Assessore alla cultura del mio Comune ebbe occasione di leggere una di quelle copie e valutò che una presentazione ufficiale del libro potesse essere l’occasione  per valorizzare un modo altro – comunque diffuso nel paese – di fare cultura  e arte.  Non solo prodotti tipici  per “cortes abertas”, ma anche “versos e rimas”. Nacque così l’idea di stampare un centinaio di copie del romanzo, che fu apprezzato soprattutto  per il messaggio di solidarietà e carità, quali principi di vera “balentia”. Mai ho pensato di scrivere per pubblicare… Oggi, vedo che è più semplice. Prima, per uno come me, appariva quasi impossibile.

 

 

Infatti. Senza un contributo regionale, era – ed è  -  quasi impossibile dar corpo a un desiderio. E poi, pochissime case editrici , anche oggi , scelgono di scommettere sulla poesia con la logica che “la poesia non vende”. Ricordo che mio padre per vari anni  “scelse” di comunicare con i lettori attraverso le pagine di alcune riviste specializzate e di alcuni quotidiani sardi. E’ una via che ha percorso anche lei?

 

Si. Ad iniziare dagli anni ottanta, con la collaborazione di vari giornali (“L’Ortobene”,  “S’Ischiglia”, “L’unione sarda” etc), ho avuto modo di rendere “visibili” alcune poesie e vari racconti.

 

 

Scrivere…è bello?

 

Penso proprio di si! E’ bello scrivere… e continuare a scrivere per il semplice piacere di farlo. Se poi accade di rileggere i propri versi in qualche rivista e su Internet…è tutto valore aggiunto. L’importante è che la poesia mi dia, ci dia ancora e sempre, forza per esprimere, cantare buoni pensieri e sentimenti: la nostra parte nobile e positiva.

 

 

La domanda che le rivolgerò adesso , le sembrerà fuori tema. Ma mi perdonerà…Desidero approfittare della sua disponibilità per soddisfare un interesse tutta personale.

Quando insegnavo, più volte, ho avuto occasione di intervistare alcune  persone, con varie primavere sulle spalle, sulle loro paure infantili. Insomma mi interessava conoscere le paure di…ieri. Il materiale raccolto lo conservo con cura, anche perché molto interessante, e penso che, prima o poi, lo utilizzerò in modo tale che sia utile a coloro che hanno le mie stesse curiosità  . Lei , che da bambino trascorreva tanto tempo , da solo, in campagna , ha mai visto qualcosa di strano e/o sentito dai grandi racconti  che facevano riferimento a strani personaggi?

 

Quando ero bambino le paure erano tante. Sembrava normale essere impauriti, come se ciò dovesse salvaguardarci da chissà quali rischi!. Erano paure spesso indotte da racconti di sogni brutti, di incontri con i morti, di personaggi terribili. Mi ricordo ancora le lunghe sere d’inverno quando, davanti al focolare, le donne in particolare, si riunivano e si mettevano a raccontare cose che , a noi bambini, nel dormiveglia, mettevano paura. A noi bambini raccontavano di personaggi bizzarri e confusamente descritti: ognuno, poi, se li immaginava a modo suo. Tra questi, quelli maggiormente richiamati erano Maria Coccoroddi, Maria  ’e su sole, Maria  ’e sos bentos,  E poi, Lurbè, tziu Orcu e sa surbule . Quest’ultima rubava i bimbi in fasce. Personaggi evocati dai grandi per farci stare buoni e sotto controllo. L’oscurità, l’isolamento, il tempo cattivo, troppo sole o troppo vento potevano esssere dei pericoli e , pertanto, la minaccia rappresentata da tali personaggi - che noi bambini pensavamo esistessero veramente -, ci tratteneva in casa …lontani da eventuali rischi. Ricordo che, quando da ragazzino andavo in campagna ed ero solo, cantavo spesso per avere come compagnia…la mia voce! Ma le vere paure erano quelle che venivano provocate dai grandi, che se ne servivano per vedere se eravamo “abbistos” o “dormios”.

 

 

Conosco tutti i personaggi ai quali lei fa riferimento,  non solo perché alcuni di loro hanno accompagnato la mia infanzia ( “sa mama ’e su sole” , “Maria pettena” “sa pana”…) ma anche perché me ne hanno parlato a lungo gli anziani di Budoni . Ma uno, da lei nominato, mi giunge nuovo : Lurbè. Chi era ?

 

 

Anche Lurbè (per quello che sono i miei ricordi) faceva parte dei personaggi di fantasia sopra citati. Descritto dagli adulti come un mostro – un essere di cui aver paura – era spesso raffigurato con delle unghie enormi , da cui il detto rivolto a chi aveva le unghie lunghe: “Secadinde cussas ungras, chi mi parene sas de Lurbè”. 

 

 

 

Siamo giunti alla conclusione di questa intervista. Ho, però, ancora in serbo una domanda  che, non a caso, scelgo di rivolgerle adesso.

Tiziano Terzani, un giornalista - scrittore scomparso recentemente, in uno dei suoi bei libri (“Un indovino mi disse”), fra le altre cose, scrive : “La poesia, meglio del Valium e del Prozac, può tirar su, sollevare l’animo …perché alza il punto di vista da cui guardare il mondo.”. Condivide?

 

 

Le tue domande  diventano sempre più impegnative . Rispondere alle considerazioni  di un grande  come Terzani non è cosa da poco. E’ certo che la poesia permette di liberare desideri, emozioni, stati d’animo. Permette di raccontare con un linguaggio “asiadu” ma efficace, ciò che, altrimenti, vorresti, dovresti urlare . Se poi libera le tensioni interne , senza imporle  o scaricarle sugli altri…allora è davvero meglio di un Prozac, anche perché non si verificano effetti collaterali.

La poesia è…re-interpretazione del mondo . Lo si osserva da  una visuale diversa, un punto di vista più alto : quello  che consente di liberare l’animo e la mente dalla meschinità , che costituisce la parte oscura di ognuno di noi e che, se non imbrigliata, inevitabilmente,   incatena l’uomo verso il basso.

 

 

“La poesia è re-interpretazione del mondo”. Quale migliore finale per questa nostra chiacchierata?

La ringrazio molto, signor Gaspare . La sua disponibilità è stata quasi disarmante.

E’ raro imbattersi in persone come Lei… e quando accade rimane addosso una bella, piacevole sensazione. Anche per questo, grazie .