Lettera aperta a Furio Colombo

 

Gentilissimo direttore,

oggi – 16 giugno- ho letto con molto interesse il Suo articolo "Noi e Gino", apparso ne "L’Unità". Ho trovato molto efficace e molto garbato (splendido! perché cosa rara…) il suo modo di dialogare sia con Gino Strada che con il lettore sconosciuto. Poiché mi piace sognare, spero davvero che il suo stile possa diventare un modo di dire condiviso da tutti coloro che , ponendo sul tappeto idee e opinioni, desiderano, nel contempo, aprire la porta e le finestre alla riflessione e al dialogo.

Si coglie, nel suo scritto, la stima sincera e l’affetto per Gino Strada…il chirurgo "con le idee confuse", che sa utilizzare il suo bisturi per cercare di porre rimedio ai disastri immani delle guerre e delle mine anti-uomo, e la sua giusta indignazione per dare una scrollata ai potenti di turno e a chi vuole nascondere o pare non accorgersi delle ferite continue al cuore di questo nostro mondo sempre più frantumato.

All’interrogativo che Lei pone a se steso, sottintendendo una risposta scontata: "Se io fossi, oggi, da solo, a decidere …direi via tutti dall’Afganistan ,qualunque cosa succeda alla popolazione, alle donne, alle bambine?", rispondo con un altro interrogativo che tende a ricongiungersi a Suo : "Dovremo rimanere in eterno, visto che , dopo anni di bombardamenti a tappeto, assurdi e ingiustificabili, e di reiterate violazioni dei diritti umani nei confronti dei prigionieri, i Talebani sono ancora lì… e Bin Laden è ancora uccel di bosco?".

Non crede che il discorso debba contemporaneamente e necessariamente ampliare la visuale, e debba essere rivista immediatamente tutta la politica internazionale?

Coloro che stanno nel ponte di comando ( e non mi riferisco soltanto al Presidente americano) prenderanno atto, prima o poi, che il problema vero, oggi, è quello della sopravvivenza dell’Uomo? E non solo dell’afgano, dell’iracheno, del somalo…ma dell’uomo planetario?

William Plaff scriveva qualche anno addietro che "ciò che serve agli Stati Uniti è una fredda riflessione su come siamo arrivati a questo punto" e che "ancora di più è necessario prevedere i disastri che potrebbero nascere in futuro.". Sbaglio, se penso che a soffermarsi a riflettere non debbano essere solo gli Stati Uniti, ma tutti, nessuno escluso, visto che, volendo, possiamo avere una voce ed anche una forza politica?

Riflettere tutti ,perché?

Una prima risposta l’ha data, già da tempo, Giulietto Chiesa nel suo "La guerra infinita" quando scrive della "necessità di ridisegnare tutti i rapporti di un mondo diventato insopportabilmente diseguale, pericolosamente instabile sia sotto l’aspetto delle contraddizioni sociali, sia sotto quelli fra uomo e natura.".

Quali le proposte? Ce le indica : "Ridurre le differenze di ricchezza tra Nord e Sud del pianeta; costruire un grande compromesso tra le civiltà e le culture del pianeta; dare vita a nuove istituzioni sopranazionali per la governance delle grandi sfide globali che fronteggiano l’umanità. In sintesi , cominciare a costruire un nuovo ordine mondiale basato sull’eguaglianza dei diritti delle nazioni e sul riconoscimento comune della necessità di uno sviluppo sostenibile.".

Utopia? Non penso, visto che nonostante le sofferenze e il travaglio, le gemme in tal senso – sotto il cumulo di foglie secche – tentarono un primo germoglio con la perestroika di Gorbaciov.

E non credo sia utopistico domandare subito- e poi pretendere in nome della giustizia e contro l’ingiustizia - una globalizzazione reticolare (in cui, come scrive lo scrittore Domenico De Masi, ogni paese scambia con tutti gli altri i propri beni in modo paritetico) al posto dell’attuale globalizzazione piramidale ( in cui, come ricorda sempre De Masi, un paese detta le sue regole e tutti gli altri le subiscono) ?

Le cose da dire, Lei lo sa molto meglio di me, sarebbero tante. Ma ciò che ho appena scritto mi permette, ora, di tornare , per condividerlaio che sono una pacifista senza se e senza ma - alla seconda parte del Suo interrogativo-risposta del "rimanere in Afganistan con il dovere di fissare insieme criteri del nostro stare qui per aiutare e garantire, con un compito sempre più politico, sempre meno militare e sempre più alla pari.".

Non dimenticando mai , nemmeno per un attimo, i torti e gli orrori subiti ma anche gli errori ed orrori commessi fino ad oggi, e con la consapevolezza che "lo stare laggiù " nel modo da Lei indicato , sarebbe solo un primo, piccolissimo primo passo verso un mondo "altro"… dove, finalmente,la guerra venga considerata un tabù.

E’ possibile che con questa lettera aperta a Lei indirizzata abbia sfondato una porta aperta e che , nel sentiero che io percorro da tempo ci sia anche Lei… che io non scorgo perché, visti i Suoi trascorsi , nel cammino verso un mondo più giusto Lei ha percorso molta più strada .

Il fatto è , che una lettera aperta - proprio perché tale - può arrivare a chi cammina arrancando – perché anche il sogno è ferito - o a chi, per rassegnazione, ha scelto di affacciarsi alla finestra.

A volte anche un articolo come il suo – che è un invito garbato alla riflessione - e una modesta lettera aperta scritta col cuore, possono scuotere, aprire un dialogo e accelerare il cammino , nella consapevolezza che ognuno di noi deve, dovrà fare la sua parte.

Mi piace concludere con una riflessione presa da una delle ultime omelie di padre Ernesto Balducci.

Testualmente : " Se tu poni il centro di te , dentro di te…hai voglia studiare…non capirai mai niente. Ma se tu poi il centro di te, fuori di te, nel mondo, fra le creature, lì è la vera sapienza. E che Dio ci tenga svegli quando la sapienza verrà a bussare alla nostra porta.".

Cordialmente.

rosalbasatta@tiscali.it